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  • Neanche il 5 per cento dei nostri pazienti è in rianimazione

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    02 Giugno 2020

    Il parere dello pneumologo Sergio Harari all’Ospedale San Giuseppe MultiMedica di Milano: «Questa sembra una malattia molto diversa da quella che vedevamo all’inizio della pandemia»

    Nonostante le riaperture progressive e sempre più diffuse, in tutta Italia i casi di Covid-19 stanno diminuendo e così pure i ricoveri e le polmoniti gravi. Si è parlato di virus «indebolito», «clinicamente sparito» e di un allentamento dell’epidemia. Si fa strada un cauto ottimismo dato dalle osservazioni sul campo e, allo stesso tempo, la necessità di cautela visto che di dati confermati scientificamente non ce ne sono.

    Professor Sergio Harari, pneumologo all’Ospedale San Giuseppe MultiMedica di Milano e professore di Clinica Medica all’Università di Milano, che cosa si osserva in ospedale e come dobbiamo interpretare le notizie sui presunti cambiamenti delle caratteristiche del Sars-CoV-2?
    «Nelle ultime settimane abbiamo assistito a due fenomeni legati, ma in parte distinti: meno casi in assoluto e molto meno gravi. Nel momento del picco epidemiologico, la percentuale di pazienti in rianimazione era superiore al 10%, adesso invece è scesa sotto il 5% e la maggior parte sono persone degenti da un po’ di tempo. Il minor numero di soggetti ricoverati è ascrivibile sicuramente al distanziamento sociale, ma la minore gravità non si spiega da sola con le misure restrittive. Nel nostro ospedale è una settimana che non ricoveriamo nuovi casi».

    Succede, come si è detto, perché abbiamo imparato a curare meglio i pazienti?
    «Sicuramente li gestiamo meglio, ma questo non può valere per chi arriva in Pronto soccorso: sono pazienti su cui noi non siamo intervenuti prima, eppure sono meno gravi. La popolazione dei malati è cambiata: sembra una malattia molto diversa da quella che abbiamo conosciuto all’inizio della pandemia. Anche l’evoluzione del paziente in ospedale è meno drammatica, sebbene non esista ancora una terapia specifica contro il Covid-19».

    Da cosa può dipendere?
    «Non sappiamo se c’è una mutazione che non abbiamo ancora identificato, se sia legato a una minor carica virale o alla stagionalità che sfavorisce i virus a trasmissione respiratoria, o ad altri fattori».

    Il virus ha una carica minore?
    «Il distanziamento sociale potrebbe aver determinato una riduzione della carica virale, significa che il virus circola meno. È un’ipotesi, come quella della minore replicabilità del patogeno, che ora si starebbe riproducendo meno velocemente. Per ora si tratta solo di supposizioni».

    Possiamo essere ottimisti?
    «Sono stato pessimista all’inizio e ora mi sento ottimista: a volte le epidemie nella fase iniziale falcidiano molte persone e poi all’improvviso se ne vanno. Ne ha parlato su queste pagine lo storico della Medicina Giorgio Cosmacini pochi giorni fa. Il virus si sta ritirando in qualche modo, anche se non ne conosciamo bene le ragioni. Il messaggio forte, però, è quello di non abbassare la guardia: non sapendo cosa sta accadendo e non governando perfettamente l’andamento epidemiologico, potrebbe tornare a maggiore aggressività. Per non parlare del fatto che in America Latina l’epidemia è nel momento di massima espansione e non mostra cali di aggressività. Il virus alle nostre latitudini sta dando meno problemi clinici, ma non è sparito, circola ancora e quindi dobbiamo continuare a comportarci con la massima cautela».

    Fonte: Corriere della Sera (online)