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    Strade strette, palazzi alti: così le sigarette inquinano i canyon urbani

    19 Gennaio 2020

    Lo stop al fumo all’aperto che ha annunciato ieri il sindaco di Milano Giuseppe Sala è una buona notizia che farà bene ai suoi concittadini, e speriamo abbia presto un effetto contagioso. Solo pochi giorni fa da queste colonne lanciavamo l’appello a una giornata senza fumo per contrastare lo smog legato alle sigarette, un forte gesto collettivo simbolico per rivendicare un’aria migliore e più sana e non subire passivamente gli effetti nocivi dell’aria inquinata. Ora arriva la proposta di una Milano che, a cominciare dal divieto di fumare alle fermate dei mezzi pubblici e nelle code per le strutture comunali, entro il 2030 limiterà fortemente il fumo all’aperto. Abbiamo altri esempi, in primis New York, dove si può fumare per strada ma solo se si è lontani almeno 30 metri dall’ingresso di edifici pubblici, scuole, centri per l’infanzia, ospedali, mentre è impossibile in parchi, stadi e spiagge.
    Gli effetti del fumo si sommano infatti a quelli dell’inquinamento moltiplicandoli, ovvero uno più uno non fa due ma tre, quattro o cinque. Il contributo delle sigarette all’inquinamento complessivo dell’aria è difficile da stimare precisamente ma esiste, e è tanto più marcato in aree laddove la circolazione dell’aria è limitata, come nelle strade strette da palazzi, quelle che vengono definite tecnicamente canyon urbani.
    Il fumatore, così come chi il fumo lo subisce passivamente, inala una mistura di composti altamente dannosi che deriva sia dall’aria inquinata che dalle sigarette. Diventano così maggiori i danni respiratori (bronchiti e polmoniti, asma, effetti negativi sullo sviluppo polmonare nei bambini, aumentato rischio di tumori polmonari), cardiovascolari (infarti, ictus, trombosi) e su tutto il nostro organismo. Fumo e smog sono due attori che si potenziano a vicenda, e così il fumatore, attivo o passivo che sia, si fa molto più male.
    Ma una politica di lotta al tabagismo all’aperto ha anche una funzione educativa collettiva: non si sdogana più, consentendola, un’azione che è lesiva per sé stessi e per la comunità. E non è più “figo” per i giovani che ancora ci cascano farsi vedere mentre si fuma.
    Sala dovrà affrontare polemiche a iosa, ma il coraggio poi paga. L’abbiamo visto in passato con la legge Sirchia, quando l’allora ministro dovette fronteggiare attacchi durissimi, ovunque, anche in talk show televisivi nei quali sostenitori del fumo a oltranza lo accusavano di censurare il libero arbitrio (ricordo fra questi un furioso Giuliano Ferrara), ma poi la norma passò, tutti l’accettarono di buon grado e fu subito messa in pratica, cosicché tutti i mal di pancia furono presto dimenticati. Oggi, a distanza di 15 anni, siamo tutti contenti di non avere qualcuno che ci fuma vicino al ristorante e di avere una legge che protegge la nostra salute, così come lo saremo in futuro di non vedere troppa gente che fuma all’aperto nella metropoli all’avanguardia del Paese, sperando che domani la proposta si possa estendere oltre le sue mura cittadine.