Si può risparmiare in sanità? Certo che sì, è sempre possibile trovare delle aree di inefficienza.

04 Ottobre 2023

Uno dei temi è l’appropriatezza prescrittiva, ovvero la correttezza con la quale si richiede un esame o si indica una terapia. Un esempio classico di inappropriatezza sono le terapie antibiotiche che ancora vengono prescritte a chi contrae il SARS CoV-2, quando tutti ben sappiamo che i virus non rispondono agli antibiotici. Oppure l’eccessiva facilità con cui vengono suggeriti alcuni esami diagnostici, spesso anche costosi. Lavorare sull’appropriatezza è sempre complesso, anche perché rischia di ledere l’autonomia di giudizio del medico che può ravvedere nel singolo paziente necessità non sempre standardizzabili in protocolli. Per tornare all’esempio precedente, l’antibiotico può essere prescritto per una complicazione batterica del Covid e non tanto per il virus, solo il Curante del paziente può saperlo.
 

In periodi di risorse scarse il tema dell’efficienza e dell’appropriatezza ritornano in auge come se il problema del sottofinanziamento del nostro SSN fosse interamente risolvibile migliorando questi aspetti, ma il tutto rischia di essere solo una pietosa giustificazione per ulteriori tagli a un settore già sottofinanziato.
L’Italia era arrivata alla pandemia con un livello di finanziamento rispetto al Pil del 6,4%, contro il 9,8% della Germania, il 9,3% della Francia e il 7,8% del Regno Unito (dati Ocse). Il 2020 è stato l’anno della spesa record: 120,5 miliardi, pari al 7,3% del Pil. Poi la curva è tornata a invertirsi: 6,9% del 2021, 6,7% nel 2022 e, in base alle previsioni, 6,6% nel 2023; e le prospettive per il futuro sono di una ulteriore riduzione.

In queste situazioni, chi può davvero credere che si possa ancora garantire l’universalismo sul quale si basa il nostro SSN?

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