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    Coronavirus Milano, i medici: «Ora per ora, tenuti in piedi dall’adrenalina fino a notte»

    17 Marzo 2020

    Una giornata con Sergio Harari, pneumologo all’Ospedale San Giuseppe. «Abbiamo costruito noi nuove porte per aumentare l’isolamento. Abbiamo creato percorsi per poter riutilizzare guanti e mascherine»

    Sergio Harari - Direttore dell'Unità Operativa di Pneumologia dell'Ospedale San Giuseppe di Milano
    Una stampante. Una banale, disgraziata stampante. Superficie di deposito e dunque veicolo pericoloso. Se si rompe e dev’essere sostituita, com’è appena avvenuto in uno dei reparti coronavirus dell’ospedale San Giuseppe, porta via tempo. Di tempo non ce n’è. Disinfettare i singoli componenti, isolare l’apparecchio, trasferirlo lungo un percorso non a rischio di contaminazione, evitare i corridoi e le stanze degli altri pazienti, lasciare la stampante in un’area di sicurezza...
     
    Senza riposo
    Sergio Harari, 59 anni, è il direttore dell’Unità operativa di Pneumologia del San Giuseppe dove è a capo della gestione del Covid-19. «Penso a due sabati fa. Stavo con moglie e figli. Da allora, mi sembra trascorso un anno». Forse di più. Negli ospedali hanno smarrito il conto dei giorni (e delle notti). Manca il riposo. «Anche quando vi fosse la possibilità, l’adrenalina tiene svegli». Quanto potrete durare? «Una domanda priva di risposta. Ci sono sì previsioni del picco, ma non dati certi. E il progressivo rallentamento e una successiva discesa, poiché viaggiamo comunque su numeri considerevoli non significa che ne saremo fuori... Occorrono pazienza, determinazione, spirito di sacrificio. E intendo quello di tutti, intendo il rispetto degli appelli a starsene in casa, a evitare ogni uscita se non proprio necessaria. Un concetto facile nella sua essenza ma non facilmente assimilabile... Con la Regione stiamo andando oltre ogni possibile sforzo per recuperare posti letto di rianimazione. Sforzi mostruosi. Siamo quotidianamente impegnati su pazienti che si aggravano, sembrano migliorare ma è solo una tregua».
     
    Le squadre
    Avevamo chiesto ad Harari di avere finestre temporali durante le quali aggiornarci per raccontare la giornata. Ma qui, come altrove, è sparita anche la minima scansione cronologica. Avanti a oltranza, a seconda delle criticità. Immersione, risalita, prender fiato, subito giù. Un unico punto fisso: «Abbiamo organizzato due squadre, ognuna con un responsabile, in entrambi i casi figure di forte esperienza, professionale ed umana, per trattare i Covid-19 positivi e quelli negativi». Batterie della prima linea. «Per il personale, esistono precisi percorsi d’entrata e di uscita dai reparti del coronavirus. Questo per risparmiare su mascherine, guanti, calzari, non doverli buttare ogni volta passando da una stanza all’altra... Allo stesso tempo, ci siamo industriati nel creare delle porte supplementari per garantire l’isolamento delle aree. Abbiamo fatto da noi, dovrebbe funzionare». Nel tardo pomeriggio ecco la comunicazione dalla Regione, sono pronti i nuovi materiali di protezione, e allora al San Giuseppe si può aprire un reparto in più: quello che c’era è stato trasferito studiando riconversioni, individuando spostamenti per malati, letti, macchinari, lungo itinerari inediti... «Stiamo richiamando il personale per procedere all’allestimento degli spazi. Saranno dedicati a 15 pazienti. Rimangono 13 posti, potrebbero essere riempiti nel giro di ore. Cosa sono, le diciotto? Nessuno può prevedere la serata. Due volte al giorno, indichiamo alla Regione la nostra capienza. E aspettiamo».
     
    I reparti
    Sono giovani, al San Giuseppe. Medici di 35 anni, anche. C’è il lavoro. Ci sono sorprese apprezzate («Hanno chiamato da un albergo per offrire stanze. Evitiamo di stare vicini alla famiglia, ed è una sofferenza, ma non possiamo far correre rischi»), ci sono i colloqui e gli sms con colleghi da ogni continente che chiedono consigli («Le ultime telefonate sono dalla Repubblica Dominicana»), ci sono i figli che non possono visitare i propri padri, e che, se succederà, non potranno salutarli per l’ultima volta. Sui cellulari di dottori e infermieri, tirati in volto, i capelli sudati, quella stessa adrenalina che continua a sollecitare i muscoli pure all’uscita dall’ospedale, compaiono aggiornamenti da Bergamo e Brescia, il ritmo spaventoso delle cremazioni, due all’ora, in rapida serie. Dice Harari: «Non riesco a pensare al dopo, non me lo posso permettere, sono sincero. Posso dire questo: ho trovato la massima disponibilità nel personale e non è mai scontato; come non è scontato che medici “lontani” per specializzazione dalla pandemia siano con noi... Ho trovato giovani che non hanno paura e imparano come...». Pausa. Come in guerra? «Sì. Sono cadute rivalità e gelosie». Difficile, parlare con Harari, corre dietro a visite, riunioni, la parte burocratica, la preparazione di un ulteriore reparto, le condizioni di due malati in fin di vita, e quelle di un collega, è appena successo: positivo al tampone. E sempre si va di fretta, ché serve un sostituto. A tarda sera, l’ultimo sms di aggiornamento. «La famiglia mi ha preparato torta salata e spezzatino... Assistenza e affetto non mancano». Lui ha preso la cena ed è tornato in ospedale.